Equo compenso

Avvocati:
il sindacalismo dell’equo compenso
Quello che il Governo chiama
ipocritamente “equo compenso” non è altro che la reintroduzione delle
tariffe minime
Lunedì il Consiglio dei ministri ha adottato il disegno di legge
sull’equo compenso per gli avvocati, che inizierà l’iter parlamentare subito
dopo la pausa estiva.
Quello che il Governo chiama ipocritamente “equo compenso”
non è altro che la reintroduzione delle tariffe minime. Il presupposto
dell’intervento è che la libera contrattazione tra clienti e
professionisti non possa produrre un sistema di remunerazione “equo”.
C’è una curiosa ironia in questo argomento: normalmente si ritiene che la parte
debole di un contratto sia il cliente o il consumatore. Esiste un apposito
codice per tutelarlo. In questo caso, si ritiene che l’assistito sia più forte
del principe del foro (e magari domani anche degli altri liberi professionisti)
e possa abusare della sua posizione di forza per rivolgersi ad avvocati che
praticano tariffe inferiori, producendo quello che il ministro Orlando ha
definito “caporalato intellettuale”.
Le tariffe minime sono lo scudo dietro cui, in realtà, si
proteggono i professionisti meno bravi o quelli già in attività, che non
vogliono rischiare la concorrenza dei nuovi. Si danneggiano così principalmente
i giovani, i quali oggi possono usare una politica tariffaria di vantaggio per
farsi conoscere.
Di fatto, le tariffe minime riportano con sé la logica sindacale
dei contratti nazionali all’interno del mondo delle professioni, facendone
venir meno la natura imprenditoriale.


L’equo compenso è quanto di più iniquo si possa immaginare a
danno dei giovani professionisti, e della natura stessa dell’attività
professionale.

Tratto da: Istituto Bruno Leoni

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