Catalogna, 50mila manifestanti occupano i seggi elettorali

www.ilsole24ore.com 30-09-2017
By Luca Veronese  
 La battaglia per l’indipendenza della Catalogna è entrata nelle scuole, negli ospedali, negli spazi degli edifici pubblici che la Generalitat può controllare. Più di 50mila attivisti del «Sì», dalla notte passata, hanno occupato gli istituti scolastici che faranno da centri di voto per il referendum di domani. E il fronte secessionista continua a occupare le strade delle città con decine di migliaia di militanti che agitano la Estelada, la bandiera dell’indipendenza catalana.
Ieri notte, alla chiusura della campagna elettorale, il governatore catalano Carles Puigdemont ha chiesto a tutti i cittadini di mobilitarsi per dare forza alla consultazione. «La validità dei risultati dipenderà dal nostro lavoro per garantire alla gente di andare al voto e dalle misure di repressione che il governo del Partito popolare avrà messo in atto. La legittimità delle nostre azioni – ha detto Puigdemont davanti a decine di migliaia di catalani riuniti in Avinguda Maria Cristina, al Montjuic nel centro di Barcellona – non perde di intensità, ma si rafforza in ogni difficoltà che ci mettono davanti».
Il muro di Rajoy 
Ieri il governo spagnolo guidato dal conservatore Mariano Rajoy aveva ribadito che il governatore catalano e i membri della sua giunta «dovranno rispondere in tribunale per la grave slealtà istituzionale di cui sono responsabili». Il portavoce del governo spagnolo, Inigo Mendez de Vigo, aveva ripetuto che «non ci sarà alcun referendum» e ha fatto capire che Madrid potrebbe decidere di attivare l’articolo 155 della Costituzione e commissariare le autorità catalane, azzerando di fatto ogni autonomia della regione. «Siamo in presenza di un processo di disobbedienza costituzionale – aveva accusato Mendez de Vigo – contro una democrazia europea consolidata».
La grande maggioranza dei cittadini catalani vuole votare e invoca il «diritto di decidere» se la Catalogna deve diventare uno Stato autonomo o se deve continuare a far parte della Spagna. Ma secondo i sondaggi solo il 40% della popolazione è schierata apertamente per la secessione. Per la Costituzione spagnola lo Stato è indivisibile e per questo il referendum è stato dichiarato «illegale» dal governo di Madrid ed è stato bocciato dalla Corte Costituzionale.
In Spagna le 17 regioni hanno una notevole autonomia: nel sistema educativo, nella sanità, nel welfare in generale. Alcune di esse – e tra queste la Catalogna – hanno anche una propria lingua riconosciuta e una forza di polizia locale. Ma pur avendo larga autonomia di spesa e controllando servizi essenziali come la scuola e gli ospedali, le regioni vivono essenzialmente di trasferimenti statali: la Catalogna riceve ogni anno circa quasi 50 miliardi dal governo nazionale, mentre i suoi cittadini pagano in totale oltre 60 miliardi di tasse: una differenza che va ad alimentare le rivendicazioni secessioniste.
La polizia «contro» i pompieri 
Per impedire il referendum Madrid ha inviato in Catalogna oltre 10mila agenti di polizia. I Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, ha ricevuto ordine di smantellare le oltre 6mila urne già da domani all’alba ma lo farà senza utilizzare la forza come hanno chiarito i vertici del corpo regionale chiamati in questi giorni a tenere un difficile equilibrio tra la legge e quindi Madrid, e il sentimento popolare che domina nelle strade catalane, se non nella maggioranza della popolazione. Per Puigdemnot i 5,3 milioni di elettori catalani potranno votare senza problemi. Ma sono in molti a temere che la situazione possa sfuggire di mano e diventare violenta. I pompieri catalani hanno fatto sapere che garantiranno lo svolgimento del referendum.
I rischi per l’economia Intanto dopo la Banca centrale spagnola, anche Standard&Poor’s ha messo in guardia la Spagna e la Catalogna dall’impatto negativo che la crisi istituzionale e il referendum possono avere sull’economia.
Scopri di più
La legge è dalla parte del governo spagnolo di Rajoy che ha incassato ieri anche il sostegno unanime dei leader europei e della stessa Commissione europea che in questa fase, almeno fino a lunedì, non possono fare altro che schierarsi per la legalità e il rispetto della Costituzione spagnola. Molti osservatori internazionali hanno fatto notare che il referendum è stato convocato in maniera anomala e poco democratica: le critiche si concentrano sullo svolgimento del voto che non può contare su registri elettorali e quindi non può dare risultati certi e sulla mancanza di quorum per una scelta tanto profonda per l’intera regione.
A caccia di una soluzione 
«Abbiamo già vinto!», ha urlato Puigdemont ieri notte alla folla dei suoi sostenitori. «Abbiamo sconfitto la paura, le minacce, le pressioni, le menzogne e le intimidazioni di uno Stato autoritario, e ora tocchiamo quello che era un sogno». La sensazione è tuttavia che il referendum non risolverà nulla e che, se non vorranno trascinare il problema per anni, Barcellona e Madrid da lunedì dovranno trovare il modo di negoziare.

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